LA CURIOSA STORIA DI GIUSEPPE PONTI, TITOLARE DELL’IPPICA CALDESE

Proprietario per caso

«Un giorno dovevo prendere l’aereo a Fiumicino, l’ho perso e per occupare il tempo sono andato alle Capannelle. Sono rimasto affascinato, ho comprato due puledri e poi Lady Raf»

Due indizi costituiscono quasi una prova. Il terzo indizio, statene certi, arriverà tra l’estate e l’autunno. Prova di colpevolezza? No davvero, prova di valenza e consistenza, insomma di classe, che in un cavallo, soprattutto in una femmina, significano anche prospettive di vita nuova quando abbandonerà le corse. Stiamo parlando di Lady Raf, eroina gentile che certo non vale i laureati di gruppo uno ma che il suo giusto spazio nel panorama del nostro turf è riuscita a ritagliarselo e quindi merita attenzione. La sua favola è iniziata, elitariamente parlando, in autunno, quando dopo una serie di buoni risultati riuscì, sotto la regìa eccellente di Ersilio Biertolini, a centrare un handicap principale tutto femminile, il Premio Allevamento. Poteva essere l’acuto fortunato di una cavalla scarica, la rondine che non fa primavera, invece la figlia di Eagle Eyed diventata adesso quattrenne si è ripetuta. Il Perretti, ultima corsa del Derby day, è stato suo. Significa che è una buona cavalla, ormai non ci sono dubbi. Peccato solo che questo grosso discendente, in un giorno così celebrato come quello del Nastro Azzurro, sia finito come ultima corsa della giornata quando il clamore e la partecipazione andavano necessarianente affievolendosi e soprattutto le esigenze di spazio imponevano anche al nostro giornale un risalto purtroppo solo marginale. A bocce ferme andiamo a scoprire la sua storia, ogni cavallo ha dietro di sé una vicenda, e quella di Lady Raf e del suo proprietario Giuseppe Ponti è davvero singolare. «Io i cavalli li ho sempre amati - si racconta il cavalier Ponti - al punto che anni fa, quando ho acquistato una fattoria, ho creato, oltre ad un campo di golf, anche un bel maneggio con oltre 50 box. Il nostro Centro Ippico Caldese, come la scuderia appunto, ha oltre 100 allievi e, mi piace sottolineare, è impegnato molto anche nell’ippoterapia. Io nella vita mi occupo di altre cose, lavoro in continuazione viaggiando quasi sempre all’estero. La mia è un’azienda leader nel settore delle macchine per imbustare, indirizzare e celofanare. Le abbiamo installate in banche, poste, grandi giornali, ma l’80% della nostra attività si rivolge ad un mercato estero». Come ha trasformato il maneggio in una scuderia, allora? «Qui sta il bello: del tutto casualmente. Onestamente non ci pensavo proprio. Non avevo mai messo piede in un ippodromo ma ci passavo davanti almeno un paio di volte alla settimana quando da Città di Castello mi recavo all’aereoporto di Fiumicino. Sul raccordo di Roma infatti sfioravo le piste da corsa e di allenamento e gettavo uno sguardo. È successo che un giorno, fortunatamente di corse, arrivai in ritardo e persi l’aereo. Il successivo sarebbe stato solo cinque ore dopo. Ripresi la macchina e mi buttai indietro proprio verso le Capannelle. Andiamo a vedere, mi dissi». Fu allora che comprò Lady Raf, come nelle favole? «Non esageriamo. Arrivai al parcheggio ma non sapevo che fosse riservato, lì incontrai un signore, Silvano Bietolini, che fu gentilissimo e mi fece entrare. Rimase con me tutto il tempo, mi fece visitare tutto l’ippodromo, una cosa affascinante al punto che in effetti mi venne la voglia di avere un cavallo. Così mi introdusse dal nipote Ersilio. Prima di Lady Raf andammo alle aste e comprammo due puledri ma non furono all’altezza e li vendemmo. Il colpo di fortuna venne poco dopo. Lady Raf aveva già 3 anni ma era di tre soci che erano in disaccordo tra loro. Bietolini mi propose di prenderla perchè ne immaginava una crescita agonistica notevole. Aveva già vinto tre volte ma lui sosteneva che poteva fare di meglio. Per 35 milioni la comprai e il resto lo sapete bene». Si è guadagnata il diritto di andare in razza, e così il cavalier Ponti diventarà anche allevatore... «Sì, ma senza follie. Adesso abbiamo preso un altro cavallo, la Lady andrà a un buon stallone ma la mia deve rimanere solo una piacevole passione che mi può portare cinque o sei volte l’anno a vedere le corse. Per il mio lavoro davvero non riesco a trovare più tempo anche se in scuderia ci passo sempre almeno una volta alla settimana. Adesso parto un po’ prima, devio sulle Capannelle, un saluto a Lady Raf e via di nuovo verso Fiumicino, più contento». Ah, se il nostro turf avesse un centinaio di questi proprietari...

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